MY MIND… MY DREAMS… MY DAYS…

can't take my eyes off you
Did I say that I loathe you?
Did I say that I want to
Leave it all behind?
But
I can’t take my mind off you
I can’t take my mind…
My mind… my mind…
‘til I find somebody new
_______________________________
~X~
(Damien Rice – The blower’s daughter)

4 respostas em “MY MIND… MY DREAMS… MY DAYS…

  1. La progressione verso un pop surreale di gran classe culmina con It’s Low Beat Time (Frontier, 1992), le cui canzoni sono manuali di composizione: Right Here e` esemplare nel fondere melodie beat, armonie vocali folkrock e arrangiamenti hardrock; quell’altro gioiello di She Sees Color aggiunge riff di punkrock e ritornelli psichedelici, a immagine e somiglianza degli Who; e l’abilita` di arrangiamento delle “giovani matricole” splende ancor piu` in fantasie come A Minor Bird in cui il tema cambia di continuo, eppure conserva una sua paradossale linearita`. E` in quest’arte di mosaico e sovrapposizione che meglio si esprime la loro filosofia musicale. Cosi` razzolando, brani come Snow White (con la melodia peggio sprecata dalla storia del rock) usano gli stessi mezzi musicali ma per immergersi nel genere di musichall da saltimbanchi che li rese famosi alle origini. E qui si apre lo spazio immenso delle loro gag, dallo strumentale Crafty Clerk, su un motivetto che sembra uscito da un teatrino degli anni ’30, a Mr Anthony’s Last, un nuovo classico nella tradizione del bozzettismo ironico portato in auge da Kinks e Bonzo Band. A differenza dei tre dischi precedenti, il gruppo si guarda bene dal rinnegare le sue tendenze al “Sixties revival”: lo spirito dei Sonics e del “Farfisa-sound” viene riesumato per il rock and roll di Whatever You Are; le arie psichedeliche permeano Two Headed Fight; e le danze scatenate di quell’era rivivono in Low Beat. E sempre in zona si situa Monkey Say, un ruggente rhythm and blues con tanto di barrito di sax e cadenza voodoo. Quest’album e` anzi quello che esprime in maniera piu` esplicita e piu` compiuta il loro spirito epigonico nei confronti degli anni ’60.

  2. La progressione verso un pop surreale di gran classe culmina con It’s Low Beat Time (Frontier, 1992), le cui canzoni sono manuali di composizione: Right Here e` esemplare nel fondere melodie beat, armonie vocali folkrock e arrangiamenti hardrock; quell’altro gioiello di She Sees Color aggiunge riff di punkrock e ritornelli psichedelici, a immagine e somiglianza degli Who; e l’abilita` di arrangiamento delle “giovani matricole” splende ancor piu` in fantasie come A Minor Bird in cui il tema cambia di continuo, eppure conserva una sua paradossale linearita`. E` in quest’arte di mosaico e sovrapposizione che meglio si esprime la loro filosofia musicale. Cosi` razzolando, brani come Snow White (con la melodia peggio sprecata dalla storia del rock) usano gli stessi mezzi musicali ma per immergersi nel genere di musichall da saltimbanchi che li rese famosi alle origini. E qui si apre lo spazio immenso delle loro gag, dallo strumentale Crafty Clerk, su un motivetto che sembra uscito da un teatrino degli anni ’30, a Mr Anthony’s Last, un nuovo classico nella tradizione del bozzettismo ironico portato in auge da Kinks e Bonzo Band. A differenza dei tre dischi precedenti, il gruppo si guarda bene dal rinnegare le sue tendenze al “Sixties revival”: lo spirito dei Sonics e del “Farfisa-sound” viene riesumato per il rock and roll di Whatever You Are; le arie psichedeliche permeano Two Headed Fight; e le danze scatenate di quell’era rivivono in Low Beat. E sempre in zona si situa Monkey Say, un ruggente rhythm and blues con tanto di barrito di sax e cadenza voodoo. Quest’album e` anzi quello che esprime in maniera piu` esplicita e piu` compiuta il loro spirito epigonico nei confronti degli anni ’60.

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